Articolo scritto dal Dr. Dauro Reale e pubblicato in data 29/03/2020

Introduzione al lifting viso

Con il termine di lifting viso si identifica l’intervento chirurgico principe per quanto riguarda le procedure di ringiovanimento del volto. Non a caso, nel sapere comune, esso si identifica in quanto tale e come nessun altro con il concetto e con l’immaginario della chirurgia estetica.

Ancorché non risulti essere la procedura di chirurgia estetica più praticata nelle sale operatorie di tutto il mondo, indubbiamente da sempre ne costituisce l’intervento principe. Questo si deve alla sua aura di esclusività, essendo ai suoi albori appannaggio delle classi agiate, le cui esigenze di mondanità e visibilità sociale non “permettevano” un qualche venire meno dell’integrità fisica, di cui l’invecchiamento del volto costituisce uno dei paradigmi. Con il sempre maggiore avvento e diffusione del cinema, ed in genere di tutto il mondo dello spettacolo, questa “necessità” di freschezza e bellezza, agli occhi del grande pubblico, è diventata sempre più imperativa fino a diventare uno dei fattori che lo caratterizzano, senza distinzione di sesso, convinzioni politiche o religiose e latitudine.

Abbiamo già detto e lo ribadiamo, che non si tratta dell’intervento in ambito di chirurgia estetica maggiormente praticato, ancorché i suoi “numeri” siano in tutto il mondo in continuo aumento. Entrambi questi dati, seppur in apparente contrasto, hanno una spiegazione. Si tratta di una procedura, o meglio sarebbe dire un insieme di procedure, comunque caratterizzate da un certo grado di invasività e complessità tecnica. La decisione di sottoporvisi deve, quindi, essere molto ben ponderata. D’altro canto, il continuo affinamento delle tecniche, della maneggevolezza dei farmaci anestetici, ha in parte “alleggerito” il complesso di queste problematiche, rendendo l’intervento di lifting viso meno ostico agli occhi del pubblico. Si tratta comunque di procedure economicamente costose e questo non può che “selezionare” la platea di soggetti, uomini e donne, potenzialmente ad esse interessati.

Di contro, l’attenzione e la sensibilità della popolazione verso il proprio benessere psicofisico è di molto aumentata in questi ultimi decenni. Aspirare a “stare bene” a vivere meglio con sé stessi in un corretto rapporto fra il corpo e la mente, fa oramai parte della sensibilità di ognuno di noi. Ecco quindi che l’interesse verso procedure chirurgiche o anche trattamenti di medicina estetica volti a preservare o ricostruire questo sano equilibrio, trovi sempre maggiore spazio nella sensibilità di ognuno di noi.

L’avanzare dell’età comporta delle modificazioni a carico dei tegumenti dell’intero organismo cosa che, purtroppo, è facile verificare per ognuno di noi. Se concentriamo la nostra attenzione sui tessuti del volto, sarà facile notate una perdita della definizione della linea del contorno dell’angolo mandibolare, dell’appesantimento delle guance con accentuazione dei solchi naso labiali e il comparire delle antiestetiche pliche sul collo. Anche il distretto orbito palpebrale viene coinvolto in questo fisiologico processo, non sempre di pari passo con il terzo medio e inferiore del viso. A volte in misura più accentuata, a volte meno, con frequente discrepanza fra le palpebre superiori e quelle inferiori. Tutto ciò deriva dalle modificazioni indotte dal tempo sulla “qualità” dei tessuti ed in maniera significativa del collagene e delle fibre elastiche, elementi di cui il sottocute è primariamente costituito. Tutto questo si traduce in un aspetto del viso sempre meno tonico e “vecchieggiante” ineludibile cartina di tornasole dello scorrere del tempo.

L’approccio a questo “inestetismo” o complesso di inestetismi, se così li vogliamo chiamare, è chiaramente multidisciplinare e differente da soggetto a soggetto, non essendo l’invecchiamento un processo univoco nelle sue tempistiche e quindi differente in ognuno di noi. Non dimentichiamo poi che stili e abitudini di vita hanno impatto sui tempi e modi di invecchiamento di un tessuto. È nozione comune che il fumo di sigarette, l’uso di stupefacenti e l’abuso di sostanze alcoliche fin dalla gioventù, abbia un impatto potente  in senso peggiorativo sulla freschezza e vitalità dei tessuti. È poi ovvio che chi si espone al sole per necessità lavorative, non solo per diletto, veda la sua pelle solcarsi e appesantirsi ben più rapidamente di chi lavora in ambienti protetti. Che un vecchio lupo di mare che per tutta la vita ha esposto il viso al sole e alle intemperie, abbia un viso ben più ricco di solchi e rughe rispetto ad un coetaneo che ha sempre lavorato in ufficio, è cosa talmente ovvia da non richiedere commento alcuno.
Dobbiamo poi considerare la genetica. I nostri geni “comandano” come e quanto i nostri organi e tessuti reggeranno l’impatto di tutte le situazioni ambientali potenzialmente lesive della loro integrità. Essi “decidono” come invecchieremo e in quanto tempo lo faremo. Tutto ciò ci rende unici e da un certo punto di vista inimitabili. L’approccio al “problema” sarà quindi diverso per ognuno di noi. Non esistono panacee e rimedi buoni per tutti.

In ultimo non possiamo non considerare come la percezione di questi inestetismi, o dello scorrere del tempo se così lo vogliamo definire, sia allo stesso modo così differente in ognuno di noi. Quello che per alcuni è un vero limite alle relazioni sociali e all’approccio al mondo esterno, è per altri quasi un valore aggiunto – i segni e le rughe del proprio volto – da portare e mostrare quasi con orgoglio!

Di tutti i possibili approcci al ringiovanimento del viso, che facciano capo alla medicina estetica o al “lato” chirurgico, certamente il lifting è quello più radicale e impegnativo, ma è anche quello che offre le migliori possibilità in termini di risultato a breve e lungo termine.

Dobbiamo però fare un passo indietro. I termini “volto” e “lifting” sono tanto ovvi, quanto generici. Il III superiore, quello medio e quello inferiore del volto non invecchiano allo stesso modo, non lo fanno “simmetricamente” nel tempo e la loro “condizione” è percepita dai pazienti in modo differente. A volte i pazienti, uomini e donne – sì perché sono moltissimi i soggetti di sesso maschile interessati alle tecniche di ringiovanimento del volto – sono condizionati dall’invecchiamento della regione palpebrale, che si tratti di blefarocalasi, di ridondanza cioè della cute della palpebra superiore, oppure delle borse adipose tipicamente localizzate a livello inferiore, o ancora semplicemente dal comparire delle “zampe di gallina” al canto esterno degli occhi, mentre considerano i segni di invecchiamento del resto del viso meno “impattanti” la loro condizione. In questi pazienti medicina estetica e chirurgia del distretto oculo palpebrale possono “lavorare” in sinergia con ottimi risultati, senza la necessità di ricorrere al lifting del viso.

In altri casi si verifica l’opposto. I pazienti sono desiderosi di correggere l’appesantimento dei tessuti del III medio e inferiore del viso nel loro complesso. In questi casi sottoporsi al lifting facciale del III medio e inferiore del viso è imperativo, se si “pretendono” determinati risultati.

In altre situazioni ancora è specificamente il III inferiore del viso, il collo, a mostrare i maggiori segni di cedimento. La procedura di ritidectomia sarà quindi focalizzata in questo distretto. Va da sé che queste diverse esigenze richiedono approcci tecnici differenti. Ecco perché il termine lifting del volto appare troppo generico nel momento in cui, in sede di visita specialistica, il singolo caso viene approfondito.

Note di metodologia e tecnica

L’intervento chirurgico di ritidectomia, o di lifting del volto, o meglio di tutte le tecniche che fanno capo alla dizione generica di “lifting del volto” hanno un fine comune, che è quello di contrastare l’appesantimento dei tratti del volto frutto del venire meno della tonicità e elasticità dei tessuti che lo compongono. Cute, sottocute, tessuti muscolari e fasce connettivali che circondano il tutto. Ciò che conta è il loro riposizionamento verso l’alto, secondo le corrette linee vettoriali verticali, contrastandone la ptosi, cioè la loro “caduta” verso il basso, frutto di età e gravità.
Sempre più prevale il concetto di spostamento in blocco di questi tessuti, essendosi reso evidente che l’azione parziale sulla cute dà risultati efficaci solo nel breve termine, ma non garantisce la “tenuta” nel tempo. Questo approccio ha dei tratti tecnici comuni, sia che ci si limiti al sostegno del III medio, piuttosto che della zona inferiore, collo compreso, fino al sostegno di tutto il complesso.

L’approccio classico prevede l’incisione verticale al davanti dell’orecchio, anzi parzialmente nascosta all’interno di esso nella regione del trago, estesa verso l’alto lungo la basetta e, in basso, dietro all’orecchio estesa alla mastoide, soprattutto nei casi si renda necessario liftare anche il collo. La “profondità” dello scollamento permette di identificare le fibre del cosiddetto SMAS il sistema muscolo aponeurotico della
faccia – il cui riposizionamento "porta con sé" i tessuti coinvolti, lasciando alla cute il ruolo che gli compete, che è quello di copertura e non quello di sostegno e trazione, ruolo che, al di là del breve periodo, non è in grado di sostenere.

Esistono anche approcci tecnici più aggressivi, dove addirittura la profondità dello scollamento raggiunge il periostio (la membrana connettivale che riveste le ossa) consentendo nel vero senso della parola uno spostamento in blocco dei tessuti del volto. In questo caso ci riferiamo a metodologie estremamente aggressive. Per ridurre le complicazioni potenziali ad essa inerenti, sono state proposte una serie di “varianti” tecniche allo scopo di mantenerne l’efficacia, minimizzandone l’impatto e i rischi. Questo spiega il venire alla ribalta di tutta una serie di acronimi, sigle, che hanno dalla loro parte il fascino derivante dalla lingua straniera – solitamente l’inglese – di origine. La verità è però più semplice. La troppo scarsa aggressività, parliamo sempre di chirurgia, gesto “aggressivo” per definizione, consente risultati che si rivelano nel medio/lungo periodo scadenti. Hanno goduto di effimera fama i lifting per via endoscopica, che non consentono la rimozione della cute eccedente, ma solo l’indebolimento delle fibre muscolari della regione frontale. Così come i lifting con il minimo accesso MACS lift ((Minimal Access Cranial Suspension), che vuole dire minimo scollamento, minima trazione sui tessuti e minimi risultati, mascherati all’inizio da una rapidissima ripresa e rapidissimo recupero, stante il suo ridotto impatto sui tessuti.

Il paziente e l'approccio al lifting del viso

Dobbiamo innanzitutto ricordare la chirurgia del ringiovanimento del volto è appannaggio di una ampia fascia di pazienti, senza distinzione di sesso, in un ventaglio di età piuttosto ampio, dai 40 ai 70/80 anni, ventaglio di età che era inizialmente più stretto e che negli anni ha finito col crescere. Questo fatto è certamente interessante in prima battuta da un punto di vista scientifico, il miglioramento delle tecniche anestesiologiche, l’aumentata disponibilità e maneggevolezza dei farmaci, le tecniche di monitoraggio postoperatorio hanno consentito "l'accesso" a interventi invasivi di una fascia di popolazione di età più avanzata. All’opposto, il sempre maggiore desiderio di mantenere una armonia fra l’aspetto estetico e la sensazione del proprio benessere psicofisico ha abbassato la soglia anagrafica oltre la quale l’intervento di lifting del viso viene considerato una opzione praticabile. La sintesi fra queste due posizioni appare difficile da trovare.

Dobbiamo fare un passo indietro e riferirci a quello che viene considerato come il primo ineludibile atto chirurgico: l’indicazione. L’indicazione ad un intervento deve essere la sintesi di una serie di elementi, che vanno dalla valutazione delle condizioni generali di salute, dell’aspetto fisico, delle possibilità economiche, della percezione dell’inestetismo e, non certo ultimo elemento, delle aspettative dei pazienti. Un lifting eseguito troppo precocemente “rischia” di avere poco successo in quanto i tessuti ancora tonici, contrastano con modifiche radicali, permettendo miglioramenti limitati a fronte di esiti permanenti (le cicatrici) e possibili complicazioni che rendono il rapporto costo/beneficio dell’intervento sfavorevole. Allo stesso modo, un lifting eseguito troppo avanti negli anni pone il problema della disarmonia, se vogliamo a causa della sua buona riuscita. Un viso troppo ringiovanito nel contesto di un fisico, un eloquio, una “mente” che dimostrano gli anni che hanno, possono creare un insieme forse ancora più disarmonico. Ovviamente esiste la possibilità di modulare l’aggressività delle procedure, cosa che condiziona il risultato finale, ma il chirurgo deve saper valutare l’impatto dei suoi gesti prefigurando l’esito dell’intervento e le possibilità dei pazienti di poterlo gestire. Possiamo quindi affermare che il reale obiettivo di qualsiasi procedura di medicina o chirurgia estetica, lifting del volto in primis, non è quello di restituire una “giovinezza” perduta, ma quello di riportare ragionevolmente indietro l’orologio del tempo, permettendogli poi di riprendere a scorrere.
Il dettame finale è sempre quello dell’armonia psicofisica. Mente e corpo non possono essere separati, ma possono e devono agire di concerto per dare ai pazienti piena coscienza di sé e delle proprie possibilità.

Primo periodo post operatorio e tempi di completa guarigione

Pur nella diversità delle procedure e tenendo conto delle caratteristiche di ogni singolo paziente, è possibile fornire delle indicazioni di massima relativamente ai tempi di recupero e di guarigione completa dopo interventi di questa caratura.

Innanzitutto la durata del ricovero presso la clinica dove l’intervento di lifting viso è stato eseguito. Eseguito solitamente in anestesia generale, richiede una notte di osservazione e degenza presso la struttura. Questo non è un dettame assoluto, in quanto una verifica delle condizioni locali e generali del paziente, permetteranno di valutare la possibilità e/o l’opportunità delle sue dimissioni in giornata. Trattenere in Casa di Cura il paziente oltre le 24 ore non è quasi mai né opportuno né necessario. Il soggetto verrà valutato da un punto di vista generale e locale, eventualmente rimuovendo e ripristinando la medicazione modicamente compressiva che viene applicata al termine dell’intervento. Ecchimosi e lividi sono evenienza comune. Solitamente di modesta entità, tendono ad essere riassorbiti nel giro di pochi giorni. Si suole correttamente dire che i pazienti risultano "poco presentabili" per le prime due settimane. Una volta superata questa fase, il recupero procede in modo spedito. Dopo la terza settimana i pazienti possono riprendere una vita pressoché normale. In questo arco di tempo saranno stati rimossi tutti i punti di sutura, le cicatrici si avvieranno ad essere stabilizzate e si potrà programmare il loro monitoraggio e trattamento, allo scopo di "guidarle" verso la minore visibilità possibile.

Una fase transitoria di alterazione della sensibilità cutanea è frequentemente riferita da coloro che si sottopongono al lifting del volto. Va detto che situazioni di questo tipo sono comune corollario di tutti gli interventi chirurgici, non devono quindi in queste prime fasi generare nei pazienti ansie immotivate.

Trascorsi trenta giorni dall’evento, possiamo ipotizzare che il recupero sia completo. Il paziente potrà a pieno titolo riprendere le normali abitudini e occupazioni quotidiane. Chiaramente dettagli e esigenze particolari, quali porre attenzione all’esposizione ai raggi solari delle cicatrici e in generale delle zone oggetto di intervento, verranno discusse con il chirurgo operatore caso per caso.


Risultati a breve e lungo termine del lifting viso

Come abbiamo già specificato, ma non manchiamo di ribadire, tutte le procedure di chirurgia e medicina estetica hanno lo scopo di mascherare e attutire gli inevitabili segni del tempo, riportando "l’orologio" indietro per quanto possibile. Ovviamente il "ciclo" degli eventi non smetterà di scorrere, ma si ritroverà a "camminare" su di un terreno rinforzato e rinvigorito dai trattamenti ai quali i tessuti sono stati sottoposti. Questo vale chiaramente anche per il principe degli interventi di chirurgia estetica, quale il lifting del viso, o ritidectomia, se vogliamo utilizzare un termine più aderente al linguaggio medico scientifico.

I risultati a breve termine sono molto buoni, ma frequentemente i pazienti giudicano all'inizio il complesso dei propri tratti come poco naturale. Questo non deve allarmare, perché un conto è la guarigione esteriore di una ferita, o il miglioramento di una cicatrice dopo la primissima fase dall’insulto chirurgico che l’ha provocata, un conto è la completa restitutio ad integrum di un tessuto traumatizzato, che deve non solo dimenticarsi di essere stato operato, ma deve riprendere completa relazione biologica con tutte le strutture ad esso adiacenti. Tradotto in termini tecnici, questo processo di rimaneggiamento apparentemente oscuro, dura mesi. È quindi naturale che i pazienti vedano "ricomparire" nel loro volto le espressioni, la mimica, tutto quel linguaggio non verbale che rende il viso di ognuno di noi unico e per certi versi inimitabile. Per questi motivi una valutazione seria della riuscita, o comunque dell’esito di un intervento chirurgico, lifting viso in primis, non può essere ragionevolmente fatta prima di sei mesi. Durante tutto questo tempo i processi di guarigione, diciamo ad ampio spettro, maturano, lungi dall’essere definitivamente completati. Ragione per cui si può parlare di risultati davvero definitivi dopo un anno. Trascorso questo tempo, tutte le valutazioni di merito avranno senso compiuto ed i pazienti avranno tutti gli elementi a disposizione per riconoscere e in parte ricostruire quella immagine di sé il cui insoddisfacente riscontro li aveva portati a consultare lo specialista chirurgo plastico.

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Autore articolo: Dr. Dauro Reale

Autore

Articolo scritto dal Dr. Dauro Reale medico chirurgo laureato all'Università degli Studi di Milano e specializzato in Chirurgia Plastica e Ricostruttiva presso l'Università degli Studi di Milano, seconda specializzazione in Otorinolaringoiatria presso la stessa Università. Svolge la libera professione nel campo della Chirurgia Estetica e Plastica da oltre 30 anni.

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