Articolo scritto dal Dr. Dauro Reale in data 02/10/2020.

Mastopessi Introduzione

La mastopessi si rende necessaria nel momento in cui per la mammella, superato un determinato grado di ptosi, non è più possibile vedere corretto l’impoverimento dei poli superiori e il deficit di tono, con il semplice incremento del volume, ottenibile con l’impianto delle protesi mammarie. Ricordiamo a questo proposito che la ptosi mammaria, dal I al IV grado, è definita dall’allungamento della distanza dei complessi areola/capezzolo da un punto fisso, solitamente l’incisura del giugulo, posta al centro del collo. Per non confondere le pazienti con una serie di dati e numeri, misure e quant’altro, basti sapere che nel momento in cui i complessi areola/capezzolo “scendono” al di sotto di una linea ideale che passa orizzontalmente per il solco sottomammario, la ptosi ha raggiunto un livello tale per cui il semplice impianto delle protesi, con relativo aumento del volume, non risulterebbe più sufficiente alla sua correzione e si rende quindi inevitabile la mastopessi. Per non ingenerare confusione va subito però detto che mastopessi e impianto di protesi non sono procedure necessariamente in antitesi, potendo trovare la loro ragione d’essere in quei casi dove la ptosi si accompagna ad un grado importante di ipotrofia mammaria, quando cioè la componente ghiandolare adiposa si riduce ai minimi termini, se non virtualmente scompare. In queste situazioni è imperativo correggere l’estetica della mammella agendo tanto sulla ptosi, riportando i complessi areola capezzolo alla giusta distanza dal giugulo e al centro dei coni mammari, quanto sul volume, allo scopo di riottenere un seno tonico e armonico.

Non dobbiamo fare però l’errore di considerare la ptosi mammaria come un “difetto” ineluttabile. La mammella non è costituita unicamente dal tessuto ghiandolare adiposo, le cui quantità e rapporti variano a seconda dell’età e del profilo genetico della donna. La mammella è costituita anche da tessuto connettivo, dai legamenti sospensori e dalle fasce. Il fisiologico invecchiamento di questi tessuti con progressiva perdita della loro elasticità e “resistenza” all’azione della gravità provoca, specialmente in seni voluminosi e quindi pesanti, quel fisiologico “appoggiarsi” verso il basso, con progressiva perdita della proiezione del “cono mammario” così tipico del seno giovanile. Non dimentichiamoci poi che i fisiologici incrementi di volume delle mammelle, figli delle gravidanze e dell’allattamento ed il loro venire meno, cessati gli stimoli ormonali che li hanno provocati, hanno un effetto importante sulla “tenuta” del complesso dei legamenti che sostengono il seno, con i risultati che sono oggetto di questa nostra discussione.

Potremmo anche definire la ptosi mammaria come il risultato finale di una raggiunta “incongruità” fra il “contenitore” costituito dalla cute mammaria che perdendo di elasticità di fatto si allunga e aumenta le proprie dimensioni e il “contenuto” costituito dal tessuto ghiandolare adiposo, la cui quantità inevitabilmente varia a seconda dell’età, dello stato di nutrizione del soggetto, delle leggi della genetica, nel senso della risposta più o meno marcata ed efficace agli stimoli dovuti agli ormoni femminili. Nel momento in cui viene meno l’armonia fra questi due elementi, la ptosi delle mammelle diventa inevitabile, costituendosi da semplice connotazione fisiologica a vero e proprio marcato inestetismo, il quale richiede per la sua risoluzione solamente l’intervento chirurgico. Dobbiamo comunque sempre ricordare come un seno voluminoso e quindi pesante, oppure “provato” dall’età e dagli avvenimenti della vita necessiti sempre e comunque di essere sostenuto. Un reggiseno capace di dare sufficiente sostegno al seno non potrà non essere un compagno ideale per mantenere quanto più possibile nel tempo l’estetica delle mammelle entro i canoni ideali.

Pazienti candidate all'intervento di mastopessi

Come abbiamo in precedenza sottolineato, l’intervento di mastopessi, o di mastopessi con protesi, diventa una scelta obbligata nel momento in cui la ptosi mammaria,  che torniamo a definire come l’effetto del progressivo allungamento della distanza dei complessi areola/capezzolo da un punto fisso, solitamente l’incisura del giugulo al centro del collo, supera un limite tale per cui il semplice impianto delle protesi, cioè il semplice aumento del volume mammario, non è più in grado di risollevare la posizione dei capezzoli, riportandoli correttamente al centro dei coni mammari, correttamente proiettati. Ribadiamo a beneficio di chi ci legge, che la loro posizione al di sopra o al di sotto di un piano ideale passante per il solco sottomammario è un parametro sufficientemente semplice per consentire alle pazienti una prima ideale diagnosi differenziale riguardante le metodiche atte alla soluzione di questo inestetismo. Una mammella eccessivamente svuotata, con i complessi areola/capezzolochiaramente al di sotto dei solchi sottomammari, non può vedere corretta la propria condizione se non mediante la mastopessi, integrata o meno da un ulteriore apporto volumetrico frutto del contestuale impianto di protesi.

Da tutto quanto abbiamo ripetuto, la risposta alla domanda: “l’intervento di mastopessi costituisce nei miei riguardi una corretta indicazione chirurgica?” dovrebbe trovare da parte della donna una prima risposta, frutto della semplice osservazione allo specchio. Ovviamente questa forma di autodiagnosi non sarà mai sostitutiva di un colloquio con lo specialista chirurgo plastico, il quale è deputato a dare risposte esaurienti a tutte le domande che le pazienti di volta in volta porranno, identificando anche quei casi dubbi dove la diagnosi potrebbe apparire meno ovvia e certa.

In poche parole, una mammella in predicato di essere sottoposta alla mastopessi non può che presentarsi svuotata in maniera più o meno ampia, a partire dai poli mammari superiori. Frequentemente impoverita nella sua componente ghiandolare/adiposa, una mammella nella quale l’involucro, il mantello cutaneo, risulta eccedere in maniera sostanziale il tessuto nobile. Sono questi i casi più tipici, dove la discrepanza fra componente ghiandolare e cute di rivestimento è preponderante. Esistono però delle ptosi mammarie nelle quali l’elemento ptosi rappresenta l’unica manifestazione di questo inestetismo. Quindi possiamo dire seni floridi, ma svuotati nei poli superiori per via del cedimento dei legamenti sospensori. Mammelle volumetricamente importanti, scarsamente contenute e sostenute da reggiseni di adeguata taglia e fattura, nei quali, a lungo tempo, la gravità produrrà gli effetti di cui stiamo ora dibattendo.

Non esiste una età ideale nella quale sottoporsi all’intervento di mastopessi o di mastopessi con impianto di protesi. Essendo la ptosi mammaria un effetto e non una causa, è infinito il numero di variabili che sole, o in combinazione le une con le altre, possono generarla. La prima cosa alla quale si pensa è l’effetto delle gravidanze e degli allattamenti. Le mammelle, sostenute dagli stimoli ormonali necessari allo svolgimento delle loro mansioni biologiche, aumentano di volume e quindi si appesantiscono, per poi svuotarsi e ridursi nel momento in cui questi stimoli vengono a cessare. Esistono però anche mammelle giovanili le quali, per via della loro condizione florida, subiscono maggiormente l’effetto della gravità essendo trascinate verso il basso dal loro peso. Anche queste mammelle sarebbero candidate alla mastopessi. Ovviamente una scelta del genere deve avvenire a sviluppo psicofisico completato. Intervenire chirurgicamente su di una anatomia ancora in fase evolutiva renderebbe di fatto impossibile un risultato duraturo nel tempo. Qualunque quadro in questo senso evolutivo dovrebbe essere reso in prima battuta stabile e solo successivamente essere oggetto di una qualsivoglia procedura chirurgica.

La visita specialistica di mastopessi

Nonostante le pazienti giungano frequentemente al colloquio con lo specialista già sufficientemente informate, relativamente alla loro situazione e alle possibilità migliorative che la chirurgia offre, cionondimeno il colloquio con il chirurgo estetico costituisce un momento dal quale non è bene prescindere. L’intervento chirurgico, qualunque esso sia, non è un prodotto finito, acquistabile come tale e in quanto tale a prescindere da chi lo propone e da chi è determinato al suo acquisto. Una automobile è sempre la stessa, indipendentemente dal luogo fisico o virtuale nel quale viene ordinata, pagata e ritirata. Essendo l’essere umano qualcosa di unico, tutto ciò che lo riguarda dovrà essere tagliato e cucito su misura. Nella visita specialistica si valuteranno in primis le condizioni generali di salute del paziente, eventuali abitudini o stili di vita che potrebbero controindicare la scelta dell’intervento in questione. Il chirurgo valuterà la qualità dei tessuti, il loro grado di elasticità e consistenza, tutto questo in prospettiva di un risultato finale in linea con le aspettative a breve e lungo termine della paziente e nell’ottica di possibili complicazioni o mutamenti che potrebbero nel tempo manifestarsi. Eventuali casi dubbi, dove la soluzione chirurgica potrebbe essere non univoca e dove, addirittura, la mastopessi potrebbe, traendo un bilancio complessivo, non costituire la scelta idonea. Questo percorso paziente e chirurgo lo compiono insieme, arrivando a definire tutto il contorno di situazioni e relazioni che all’intervento fanno capo. In questo modo la paziente si approccerà all’intervento con le idee più chiare sulla strada che ha deciso di intraprendere.

L'intervento di mastopessi: note di metodologia e tecnica

Elemento determinante l’intervento di mastopessi è quello di riposizionare correttamente i complessi areola/capezzolo al centro dei coni mammari, restituendo quindi alle mammelle il giusto grado di proiezione. Questo comporterà la correzione della loro distanza da un punto fisso, solitamente l’incisura del giugulo. Potremmo dire che proprio questo parametro, insieme allo svuotamento dei poli mammari superiori, costituisce il segno più evidente della ptosi, inestetismo che la mastopessi si propone di correggere. Come in ogni intervento chirurgico, la necessità di ottenere un risultato tanto efficace, quanto stabile nel tempo, ha stimolato la fantasia e la ricerca, che in chirurgia estetica non sono mai separate, a sviluppare tecniche dove il contenimento, per quanto possibile, dell’estensione delle cicatrici non andasse a detrimento del ripristino di forme e volumi. Accanto alla imprescindibile cicatrice periareolare, necessaria per riposizionare areole e capezzoli più in alto, si accompagnano solitamente la cicatrice verticale, estesa dal margine inferiore dell’areola lungo i quadranti mammari inferiori fino ai solchi sottomammari e, in caso di necessità, quella orizzontale, contenuta nel disegno del solco sottomammario. La classica T rovesciata, per intenderci.

Fra la cicatrice periareolare e la T rovesciata, esistono un buon numero di tecniche intermedie, che riducono o in qualche caso ampliano l’estensione di dette cicatrici, allo scopo inevitabile di personalizzare l’intervento sulle necessità di ogni singola paziente, tenendo ben presente l’equilibrio fra le forme ed i volumi, senza dimenticare la situazione anatomica di partenza. Essa condizionerà in qualche misura il risultato finale. Non è quindi azzardato dire che fattori individuali e preferenze personali determineranno la tecnica specifica selezionata per l'intervento di mastopessi.

Note di tecnica chirurgica

Come abbiamo ricordato in precedenza, l’obiettivo dell’intervento di mastopessi è quello di ricompattare il tessuto ghiandolare/adiposo, ripristinare la forma e la proiezione dei coni mammari, ridare pienezza ai poli mammari superiori che appaiono in varia misura svuotati, riportare al centro dei coni mammari stessi i complessi areola/capezzolo, che hanno perduto la posizione e l’orientamento originario, tendendo assai di frequente a “guardare” verso il basso. Va da sé che in questi casi è necessario ricreare le proporzioni fra il tessuto nobile della mammella e la cute di rivestimento, diventata eccedente, con perdita di tono di tutto l’insieme. Essendo le caratteristiche fisiche ed il grado di ptosi mammaria differenti da soggetto a soggetto, si può facilmente immaginare come, a partire da alcuni concetti di base, sia inevitabile adattare le singole tecniche alla situazione che si deve gestire. La determinazione, potremmo dire di qualunque intervento chirurgico, è sempre quella di ottenere il massimo risultato con i minimi residuati cicatriziali, vale a dire riducendo le incisioni chirurgiche al minimo.

Imprescindibile è l’incisione periareolare completa, necessaria per “lasciare libere” le areole di essere riposizionate correttamente e, come spesso accade, necessaria per permettere di ridurre la loro circonferenza in un contesto dove tutti i rapporti fra le varie componenti della mammella devono ritornare armonici. Nei casi più semplici, dove il grado di ptosi mammaria risulta minimo e le mammelle appaiono di volume da piccolo a moderato, quindi non eccessivamente pesanti, la tecnica chirurgica basata su questa singola incisione può risultare sufficiente. Si parlerà in questo caso di mastopessi con tecnica “Round Block”.

Nella maggioranza dei casi sarà però necessario, dal momento che la cute del rivestimento mammario da rimuovere dovrà essere cospicua e coinvolge i quadranti mammari inferiori, associare all’incisione periareolare anche quella verticale, condotta dal margine inferiore delle areole fino al limite dei solchi sottomammari. Per quanto questo accesso chirurgico e la relativa cicatrice siano difficili da nascondere, una volta rimossa la biancheria che li copre, va però anche detto che questa incisione permette di rimuovere la cute in eccesso in maniera cospicua, dando quindi al chirurgo la possibilità di conizzare la mammella in maniera ottimale.

Quando invece il chirurgo si trova a dover gestire un grado di ptosi particolarmente marcato, associato a mammelle di volume importante, non sarà possibile esimersi dall’incisione localizzata nel solco sottomammario, naturalmente in associazione alle altre due prima esposte: quella periareolare e quella verticale inferiore. Avremo in questo caso la classica T rovesciata, forse la più comune fra tutte le incisioni della mastopessi. La bravura del chirurgo consisterà in questi casi nell’ “ottimizzare” la rimozione della cute con la creazione di un nuovo cono mammario, allo scopo di contenere la cicatrice ben all’interno dei solchi sottomammari, rendendola di fatto scarsamente accessibile alla vista. La stessa cicatrice orizzontale può estendersi all’intera lunghezza del solco sottomammario, oppure vedere ridotta al minimo la sua estensione. In determinati casi è possibile addirittura “risparmiare” dalla cicatrice una delle due metà dei solchi sottomammari, configurandosi una mastopessi con cicatrice a L

Mastopessi associata ad impianto di protesi mammarie

L’impianto delle protesi mammarie vede la sua ragione d’essere nel caso in cui si voglia correggere l’estetica di una mammella di volume insufficiente o in senso assoluto oppure agli occhi di quelle pazienti che “vedono” il proprio seno non armonico con il resto del proprio fisico, oppure non in linea con i propri canoni estetici. Parliamo comunque di mammelle sostenute, nelle quali i complessi areola/capezzolo sono ben posizionati al di sopra dei solchi sottomammari, rendendo di fatto la correzione dell’inestetismo ottenibile con il semplice implemento del volume. Una condizione quindi diametralmente opposta a quella che, in tutte le sue sfumature, abbiamo trattato fino ad ora. L’associazione di queste due metodiche, mastopessi e impianto protesi, potrebbe quindi risultare poco comprensibile. Il razionale di questo approccio si ha in quei casi nei quali ipotrofia mammaria e ptosi raggiungono livelli talmente marcati per cui anche ricompattando al massimo grado il tessuto mammario residuo il tono delle mammelle che residuerebbe non sarebbe comunque ottimale e a dirla tutta nemmeno sufficiente. Inoltre l’ulteriore eccedenza di cute che il ricompattamento della componente ghiandolare provocherebbe, “costringerebbe” il chirurgo a estendere la cicatrice orizzontale anche oltre i limiti dei solchi sottomammari, con un risultato estetico nel complesso inaccettabile. In questi casi l’impianto delle protesi mammarie non deve essere letto in prima battuta come frutto del desiderio di aumentare il volume delle mammelle, quanto figlio della volontà di migliorarne il tono complessivo e, riequilibrando almeno in parte il rapporto di proporzione con la cute in eccesso, favorirne la rimozione a prezzo di cicatrici estese entro limiti accettabili.

La predilezione di chi scrive va in questa ottica a protesi di piccolo/medio volume, allo scopo di non appesantire la mammella e sottoporre a eccessiva tensione il complesso delle suture. Impianti di forma rotonda, in quanto il profilo rotondo si adatta meglio al riempimento dei poli mammari superiori che la ptosi mammaria di fatto impoverisce, di profilo medio/alto, dal momento che il grado di conizzazione delle mammelle lo stabilisce il chirurgo sulla base della propria visione estetica e di concerto con la paziente, evitando di fatto che un profilo delle protesi troppo alto estremizzi l’estetica dei coni mammari, rendendo tutto il complesso poco naturale.

La mastopessi non è un intervento breve. Difficile ipotizzare tempi operatori inferiori alle tre ore. L’anestesia prescelta è solitamente quella generale, associata al ricovero di una notte in osservazione. Naturalmente esiste la possibilità di dimettere la paziente in giornata, configurandosi un Day Hospital, previa ovviamente una verifica accurata delle condizioni generali e verificata l’esistenza di un supporto reale ed efficace al domicilio.

La fase preoperatoria

Non esiste un particolare modo di prepararsi all’intervento di mastopessi o, a questo punto possiamo dire, all’intervento di mastopessi con protesi. Diamo per scontata l’esecuzione degli esami preoperatori di routine, dell’elettrocardiogramma e, come per qualunque intervento sulla mammella, almeno di una ecografia recente. Possiamo e dobbiamo dire che a abitudini di vita quali il fumo, si parla ovviamente di fumatori accaniti, deve essere posto un freno. Parliamo di un intervento chirurgico aggressivo ed invasivo, dove il ridotto apporto di ossigeno ai tessuti, condizione tipica dei forti fumatori, può avere effetti molto seri, ovviamente in negativo, sui processi di guarigione delle ferite, di cicatrizzazione e in generale sui meccanismi di guarigione e preservazione dell’integrità dei tessuti. Per parlarci chiaro, un fumatore che non ottempera al consiglio del medico di ridurre fino a smettere da almeno trenta giorni prima della data stabilita, andrebbe rimandato a casa. I rischi ci sono e non vanno minimizzati.

L'intervento ed il post operatorio

L'intervento di mastopessi si esegue in anestesia generale e deve essere appannaggio di strutture sanitarie perfettamente all’altezza di gestire pazienti e problematiche inerenti ad interventi di questo genere. Può essere eseguito in una clinica o in struttura di day hospital perfettamente attrezzata. L’intervento ha una durata media di tre ore, tre ore e mezza, indipendentemente dalla tecnica prescelta. La medicazione postoperatoria di solito si limita ad un reggiseno sportivo contenitivo, oltre ovviamente alla protezione delle suture con garze e cerotti sterili. Le medicazioni, fino alla rimozione dei punti, vengono scaglionate e diluite nell’arco di due settimane al massimo. Il recupero delle normali attività si ha nell’arco di un paio di settimane, mentre per l’attività fisica intensa conviene attendere non meno di trenta giorni. Nel complesso si tratta di una procedura più gestibile e assai meno limitante di quanto le pazienti potrebbero essere indotte a pensare. Ecchimosi e lividi, oltre alla riduzione della sensibilità, sono di breve durata.

Convalescenza, riabilitazione, guarigione

Sotto questo aspetto non possiamo che ribadire quanto già enunciato in precedenza. La fase postoperatoria, tanto in clinica quanto a domicilio, non presenta di solito particolari criticità. Le pazienti, protette dalla medicazione costituita dal reggiseno ortopedico/contenitivo, riacquistano dimestichezza con i normali movimenti degli arti e del torace della vita quotidiana in pochi giorni. Tumefazione, un determinato grado di gonfiore, ecchimosi, sono corollario di qualsivoglia intervento chirurgico e sotto questo aspetto la mastopessi non fa eccezione. Possiamo però ribadire che in linea di massima i disagi risultano limitati. Potremmo anche dire che l’intervento in sé risulta maggiormente aggressivo di quanto le sequele postoperatorie lascino immaginare. Come nell’evoluzione di un qualunque trauma, occorso per cause naturali o prodotto dal chirurgo, la risposta individuale dell’organismo risulta estremamente variabile. Detto in questo modo risulta quasi impossibile stabilire dei tempi di recupero certi. L’esperienza però insegna che tolti casi particolari che vanno dal recupero “lampo” al disagio prolungato, la tempistica media ricalca i tempi e i modi che abbiamo descritto. La dolorabilità generale scompare in una settimana. Una certa disinvoltura la si recupera nell’arco di quindici giorni e una completa libertà di movimenti e comportamenti, non prima di trenta. Anche il ripristino della sensibilità ripercorre questi passaggi. Inizialmente assente, tende poi a ritornare in maniera inizialmente disomogenea, con addirittura accenti di ipersensibilità, che non di rado allarma le pazienti, localizzata nella maggioranza dei casi alle areole ed ai capezzoli. Tutte queste situazioni tendono a normalizzarsi col passare del tempo, fino al recupero della condizione precedente l’intervento. Possiamo a questo punto fare un semplice accenno ad un aspetto invero non secondario, quello della ripresa dell’attività sessuale. In realtà non vi è molto da aggiungere a quanto detto in precedenza. Nulla in verità osta alla ripresa dell’attività sessuale. Parliamo pur sempre di una zona, torace e mammelle, appena operate ed in recupero fisico. Il buon senso, oltre che il semplice istinto, suggeriscono cautela nei gesti e nei modi. Non vi è altro da aggiungere.

Risultati di mastopessi a breve e lungo termine

Il fine ultimo dell’intervento di mastopessi, o di mastopessi con protesi, è quello di restituire alla donna un seno tonico, di forma e volume consoni alle dimensioni del torace che lo deve accogliere. In una parola un seno nuovamente estetico e armonico nelle sue componenti. Con il tempo, e qui parliamo di non meno di dodici mesi, anche le cicatrici avranno la loro normale evoluzione, diventando più fini e sottili. Se questo tardasse ad avvenire diciamo spontaneamente, è previsto l’ausilio di prodotti quali i cerotti in silicone ed altri presidi, che possono aiutare il processo ad evolvere entro i canoni consueti. Non dimentichiamo che l’intervento fissa una situazione che poi riprenderà il proprio naturale ciclo biologico. I tessuti ricominceranno ad invecchiare come tutto il resto dell’organismo e quindi il risultato si modificherà col passare del tempo. L’importante è che l’insieme mantenga un carattere armonico e di soddisfazione per la paziente.

Mantenere il rapporto con il vostro chirurgo plastico

Tornerete dal vostro chirurgo plastico per il follow-up a intervalli regolari, momento in cui i vostri progressi saranno valutati. Una volta che l'immediato follow-up post-operatorio è completo, molti chirurghi incoraggiano i loro pazienti a tornare per controlli periodici per osservare e discutere i risultati a lungo termine della chirurgia di mastopessi.

Ricordiamo che il rapporto con il vostro chirurgo plastico non finisce quando si esce dalla sala operatoria. Se avete domande o dubbi durante il recupero, o avete bisogno di informazioni aggiuntive in un secondo momento, è opportuno rivolgersi al chirurgo.

Complicazioni e rischi dell' intervento di Mastopessi

La mastopessi, come qualunque procedura chirurgica, o più in generale medica, non è a priori esente da complicazioni e rischi. Alcuni di questi riguardano le condizioni generali dei pazienti, ovviamente in relazione alle procedure alle quali si avvicinano. In linea generale, la formazione di ematomi, che possono richiedere anche il drenaggio chirurgico, sieromi, tumefazioni e/o ecchimosi, la cui durata può prolungarsi nel tempo, sono complicazioni appannaggio di tutta la chirurgia, maggiore o minore e quindi anche della mastopessi. Esistono rischi legati alle condizioni generali di salute delle candidate, ovviamente nell’ottica dell’intervento. Pazienti con documentate alterazioni metaboliche, che potrebbero configurare dei ritardi di guarigione delle ferite, pazienti con particolari profili degli esami della coagulazione sanguigna, andrebbero attentamente valutati nello screening preoperatorio, fino a porre un veto sull’esecuzione dello stesso. Pazienti instabili dal punto di vista psicologico devono essere valutate con attenzione, dal momento che parliamo di un intervento comunque di una certa rilevanza e con un percorso di restitutio ad integrum non inferiore ai trenta/quaranta giorni.

Quello su cui è bene porre l’accento è che il paziente non deve mai essere lasciato solo, anche in quelle occasioni - e sono la maggioranza – in cui tutto procede per il meglio, senza quindi ritardi o intoppi. Il chirurgo deve sempre porsi come riferimento per la gestione di qualsivoglia aspetto inerente l’intervento, in modo da tranquillizzare i pazienti che vedono di fronte a loro un percorso chiaro. È bene ricordare che il supporto del chirurgo nella fase postoperatoria ha la stessa valenza e importanza della professionalità in sala operatoria.

Ultima Revisione: 02/10/2020

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Autore articolo: Dr. Dauro Reale

Autore

Articolo scritto dal Dr. Dauro Reale medico chirurgo laureato all'Università degli Studi di Milano e specializzato in Chirurgia Plastica e Ricostruttiva presso l'Università degli Studi di Milano, seconda specializzazione in Otorinolaringoiatria presso la stessa Università. Svolge la libera professione nel campo della Chirurgia Estetica e Plastica da oltre 30 anni.

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